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L'immagine corporea in preadolescenza


La preadolescenza è una fase di transizione particolare, che va dai 10 ai 14 anni circa e coincide con il passaggio dalla quinta elementare alle scuole medie e termina con l’inizio delle scuole superiori, dove si può dire che il ragazzo entra nella vera e propria adolescenza. E’ caratterizzato da rapide e profonde trasformazioni fisiche, psichiche e sociali.

In nessun’altra età della vita fisiologica (cioè in assenza di patologie) corpo e mente sono così bersagliati da cambiamenti, cambiamenti che incidono irreversibilmente e in modo globale sullo sviluppo della personalità. In questo articolo ci focalizziamo sulle trasformazioni fisiche che possono aver un impatto sulla percezione di sé e sul proprio modo di stare con gli altri. In questa fase il ragazzino dice addio al suo corpo da bambino, e si trova in mezzo ad un’accelerazione della velocità di crescita e all'inizio del periodo fertile e puberale (cioè allo sviluppo dei caratteri sessuali secondari) con un conseguente stravolgimento della sua “immagine corporea”.

Inizialmente, la mente del giovane constata i cambiamenti corporei ma non riesce a svilupparne un senso di completa accettazione/appartenenza. La ragazza può vivere con disagio lo sviluppo del seno, l’aumento delle forme e di certe rotondità; i ragazzi possono crescere in altezza molto in fretta e ritrovarsi troppo magri o poco coordinati, percepiscono cambiamenti altalenanti nella voce e fanno fatica a regolarla...Inoltre, il cambiamento è rapido, ma in alcuni più precoce di altri.

In tutti i decenni dell’età moderna si sono osservati comportamenti simili. Tuttavia oggi la centratura sul corpo è più diffusa perché negli ultimi 10 / 15 anni i preadolescenti raggiungono il momento della pubertà con un forte preinvestimento narcisistico (cioè un’idealizzazione su come vorrebbero diventare e su qual è l’immagine vincente nella

società), generato da:

- un adultizzazione della loro immagine. Pensiamo ai bambini spesso vestiti come piccoli adulti, con molte connotazioni di genere già accentuate mentre almeno nella mia generazione i bambini venivano vestiti/pettinati in modo completamente diverso dagli adulti, e le tappe della scoperta del mondo dei grandi erano più lente.

- dell’effetto delle pubblicità, dei new media e dei personaggi sui social a cui sono esposti sin da piccoli, che vengono rappresentati sempre “al meglio”, senza difetti, … mentre noi non eravamo a contatto con tutta questa apparenza, degli adulti ne conoscevamo i ruoli sociali e c’era più distanza;

-talvolta anche i tratti perfezionistici della madre non aiutano.


Questo pre-investimento narcisistico sull’immagine di sé comporta una più diffusa difficoltà nel gestire “lo scarto tra le proprie aspettative narcisistiche intorno al corpo sognato e tanto atteso nella mente e il corpo reale”.


Con “immagine corporea" si intende la percezione del proprio corpo, cioè il modo in cui ci si vede e si pensa di esser visti dagli altri, indipendentemente da come il corpo è realmente.

Ci sono giovani che vivono tutta la pre-adolescenza e adolescenza con un distacco dalla propria fisicità, non accettandosi mai, non piacendosi mai.

Le conseguenze cliniche psicopatologiche caratterizzano una minoranza dei ragazzi, tuttavia è giusto parlarne. Una delle problematiche psicopatologiche che si possono osservare è la “dismorfobia”, dove alcune parti del corpo vengono sovrastimate per grandezza, per difetti, per bruttezza (Marcelli & Bracconier, 2000) cioè avviene una distorsione tra l’immagine reale e quella percepita. La dismorfobia consiste nella convinzione di avere qualcosa di anomalo nel proprio aspetto, a cui si associa il pensiero doloroso di apparire brutti e quindi inaccettabili agli occhi altrui.


Il cattivo rapporto con la propria immagine corporea può anche sfociare in un’ideazione ossessiva, che si manifesta in comportamenti patologici finalizzati a modificare la propria corporeità per renderla coerente con gli ideali altissimi di bellezza. Una delle modalità in cui può manifestarsi questa problematica è l’”anoressia nervosa”, che si presenta con una grave distorsione della propria immagine corporea. L’espressione del disturbo passa attraverso pensieri ossessivi sull'alimentazione e sui pasti, misure compensative, controllo del peso e dell’immagine del corpo (Chiappini & Bosisio, 2011).

L’anoressica perviene perciò ad una posizione paradossale: da una parte c’è un corpo idealizzato (che rimane solo nella mente), mentre dall'altra un corpo reale oggetto di attacchi e negazioni (Kestemberg et al., 1992), un corpo asessuato, senza desideri né sensazioni.

Mentre la ragazza è spesso attratta da un ideale di magrezza, il preadolescente maschio fa spesso riferimento al modello dei supereroi, alla ricerca di una “potenza di genere”.

L’impossibilità di raggiungere mete così ambiziose in età pre-adolescenziale/adolescenziale può portare a una sensazione di inadeguatezza, che può talvolta sfociare in manifestazioni anoressiche anche nei ragazzi.


Immaginiamo un ragazzo che viene escluso per una sua caratteristica fisica che egli stesso vive con profonda insicurezza (sovrappeso, goffaggine, eccessiva magrezza nei maschi, altre percezioni dismorfofobiche) e non riesca a reagire. Si crea un circolo vizioso dove il ragazzo si costruirà sempre di più un’immagine negativa di sé che si estenderà alle sue capacità di relazionarsi e alle sue caratteristiche personali.

I cambiamenti corporei importanti e un funzionamento del cervello molto emotivo, impulsivo, tipico della preadolescenza, cioè poco capace di utilizzare la ragione e la riflessività per gestire le emozioni, portano il ragazzo ad esser “ipersensibile a qualsiasi osservazione”.

Il bisogno di accettazione sociale da parte del proprio gruppo di pari in questa fase è importantissimo e in gergo viene definito peer modeling, ossia l’adesione a ciò che sono e fanno gli amici e i compagni. Da una parte il gruppo è salvifico, dall'altra aumenta il peso delle aspettative e dello scotto che si paga se si viene criticati o se si viene allontanati.

Questo comporta tante possibili reazioni. Non esistono solo comportamenti psicopatologici ovviamente. Alcuni ragazzi si isolano per la vergogna di sentirsi diversi e di esser presi in giro, probabilmente sceglieranno ragazzi altrettanto riservati e coltiveranno hobby diversi dalla “massa”; nel tempo possono sublimare la loro sofferenza con l’intellettualizzazione (mestieri o interessi intellettuali etc…o azioni prosociali per aiutare chi ha avuto le proprie stesse difficoltà) e anche arrivare a fare delle loro caratteristiche un pregio, ma occorre tempo, una famiglia accuditiva e stimolante e una buona integrazione dell’identità per riuscirci.


Sicuramente i genitori devono essere informati e quindi consapevoli dei cambiamenti globali dei loro figli. Non farne un “caso clinico” ma sapere che l’ipersensibilità tipicamente caratterizza quest’età, che il valore del giudizio degli altri è grande, e devono star sicuramente attenti a non appesantire ulteriormente l’attenzione del ragazzo verso la

propria immagine corporea (che già basta la società e i commenti degli stessi compagni). Va benissimo curarne il look, trasmettere le piccole attenzioni per la cura personale, ma evitare di metter sempre al centro il valore dell’estetica e dell’apparire, valorizzando altri aspetti caratteriali, intellettivi….

In presenza di problemi di sovrappeso, ad esempio, la prima cosa è promuovere uno stile alimentare che parta dalla tavola di casa e sia condiviso con tutta la famiglia, piuttosto che incoraggiare il ragazzo a sottoporsi da solo ad una dieta.


Molti ragazzi hanno bisogno di supporto per far fronte alla pressione della società, quindi i genitori possono aiutare i preadolescenti a sviluppare modi significativi per sentirsi bene con se stessi e con gli altri, attraverso attività sportive che facilitino lo sviluppo armonioso del corpo stando in gruppo.

Condividere uno stile di vita sano, senza trasmettere l’ossessione per “il sano” o l’iperattenzione verso il proprio corpo (se una mamma o un papa’ sono particolarmente attenti, va bene, ma non devono confinare questa attenzione con intelligenza, non ostentarla davanti al figlio).


Promuovere l’espressione delle emozioni in famiglia anche in quest’età dove il giovane tenderà a ritirarsi maggiormente ponendosi in una posizione di presenza senza invadere gli spazi di privacy che si è ritagliato è sicuramente importante affinché si continui a comunicare e si possano cogliere segnali importanti dal proprio figlio.


Infine, chiedere aiuto ad uno psicologo se ci si pone troppe domande e se sembra che il nostro comportamento non produca effetti positivi.

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